VICH

 

1. Il corteo nuziale del conte Borrell fu uno spettacolo memorabile per i valligiani di Aurillac. Veniva da Rodez, dove il potente signore di Catalogna aveva preso in sposa Ledgarda, la figlia del conte  di Rouergue. Passava da Saint-Geraud per un devoto omaggio alle spoglie mortali del santo conte che aveva mostrato con l'esempio a tutti i principi cristiani che la nobilt delle armi non era incompatibile con l'esercizio della carit.

Il conte Borrell fu ricevuto con ogni onore dall'abate Gerard, che ci tenne a mostrare all'augusto ospite tutto ci che secondo lui rendeva degno di nota il monastero, non ultima quindi la piccola biblioteca e l'annesso scriptorium dove i frati copisti pazientemente trascrivevano ogni opera che il caso, per prestito o per dono, avesse posto nelle loro mani. Cos rare erano queste fortune che sarebbe sembrato scandaloso non approfittarne, e quindi opere sacre e profane, eterne o occasionali, venivano tutte ricopiate con lo stesso umile zelo.

Borrell lod tutto ci che vedeva, ma non pot trattenersi dal paragonare ad alta voce la piccola scuola abbaziale alla grande scuola vescovile di Vich, il pi importante centro religioso situato nei territori dipendenti dalla sua sovranit:

- I maestri di Vich, e i libri della  biblioteca di Ripoll, danno pi lustro al mio paese delle imprese della mia spada, devo ammetterlo. -

- Nobile signore, non disprezzare le tue imprese! gi ammirevole che siate riusciti a non soccombere alle mire espansive del Califfo Abd-er-Rahman, che ha riportato sotto lo scettro dei principi Mori di Cordova quasi tutte le miserabili contrade di Spagna! - lo adul l'abate.

- Forse non dovrei dirlo, ma non credo che quelle terre possano davvero essere definite miserabili... - replic come parlando tra s e s il conte.

- Ma che dite! Paesi un tempo cristiani e ora nelle mani degli infedeli! E santa Flora, e sant'Eulogio, martiri della nostra santa fede, uccisi per non aver voluto rinnegare le giuste parole di disprezzo pronunciate davanti al Khad nei confronti dell'eresia maomettana! -

- E noi, come ci saremmo comportati se qualcuno avesse chiesto udienza a un nostro vescovo per snocciolargli in faccia le peggiori bestemmie contro la nostra fede? -

- Il braccio secolare sa bene come punire un tale comportamento! -

- Perch meravigliarci di loro, allora? -

- Ma la nostra la vera fede, non pu essere rinnegata! -

- Non credo che siamo gli unici a pensarla in questo modo. Ma basta di questo. Di certo, per chi disposto a sopportare la tolleranza religiosa, la vita nelle terre di Spagna governate dal Califfo, almeno a quanto mi dicono i viaggiatori e le spie, non poi cos terribile: i saggi di tutto il mondo si radunano a Cordova come alla fonte di ogni sapienza, e anche i cristiani cercano le cure dei medici arabi, mentre le decime del Califfo sono inferiori a quelle che io stesso (e voi, padre!) impongo ai miei contadini. -

- Per il rispetto che vi dovuto, mio Sire, eviter di replicare e finger di non aver udito la bocca di un principe cristiano pronunciare le lodi degli infedeli. Ma ditemi piuttosto della scuola di Vich. -

- Il mio vescovo mi assicura che grandi progressi vi si compiono si pu dire quasi ogni giorno nei campi dell'astronomia, dell'aritmetica e della geometria, anche grazie agli importanti contributi che giungono a noi  per molti canali dalle terre degli infedeli, dove pare che molte delle pi pregiate opere dell'antichit pagana siano ancora conservate, o trascritte in lingua arabica. -

- Ci che dite mi ispira un pensiero, e una preghiera. Abbiamo qui tra noi un giovane monaco, che ha appena raggiunto la piena maturit degli anni, ed ricco di dottrina quanto pu esserlo qualcuno che non ha goduto del... privilegio di apprendere la scienza degli infedeli. Il padre Raimond, che ci accompagna, potr confermare ci che dico. Questo giovane ha, come suo pi grande desiderio, quello di allargare le proprie conoscenze. Nulla lo lega a questa contrada, da quando i suoi parenti sono morti per una pestilenza nell'anno della carestia. Noi siamo la sua famiglia, ma sappiamo che non sarebbe un bene obbligarlo a rimanere ancora a lungo fra di noi, e forse la Chiesa avr bisogno della sua sapienza, che egli vorrebbe ancora aumentare. Non sarebbe possibile che Voi, con un atto di magnanimit, lo portaste a questa mirabile scuola di Vich dove forse la sua anima che arde per la sete di conoscenza potrebbe trovare qualche refrigerio? -

- Fatemi parlare con questo fraticello, e se sapr convincermi del suo valore chiss che non diventi mio compagno di viaggio! -

La conversazione tra il conte Borrell e Gerbert avvenne alla presenza di quasi tutti i frati, e ci trattenne il giovane dall'esprimere i suoi desideri con tutto il calore che sentiva nel proprio animo, e gli imped anche per scrupolo di modestia di esibire fino in fondo i tesori della propria cultura. Ciononostante, l'intensit del suo sguardo e il suo limpido eloquio furono sufficienti a un buon conoscitore di uomini, quale era Borrell per natura e per l'esperienza dovuta alla propria posizione, per capire che era di fronte a un individuo di non comune ingegno, le cui risorse si sarebbero sprecate nel chiuso del convento alverniate. Per cui dopo breve trattativa la decisione fu presa: Gerbert si univa al corteo comitale, e la sua destinazione era Vich, dove le migliori menti di Catalogna stavano tirando su una nuova generazione di uomini di Chiesa attrezzati non soltanto nella conoscenza delle cose di Dio, ma anche di quelle degli uomini, per non doversi vergognare della propria ignoranza quando, forse presto, avrebbero dovuto confrontarsi con gli eruditi di Andalusia che difendevano con ricchezza di dottrina l'empia fede musulmana.

 

2. Non avevo mai lasciato Aurillac, fino a quel giorno. Il mio cuore era pieno di paura di fronte alla tanto attesa eppure ancora incredibile novit. Ma ci di cui pi mi stupivo esaminando me stesso era il sentimento che provavo allora: mi pareva di non lasciare nulla alle mie spalle. Sentimento falso, come poi ebbe a rivelarmi la vita, ma non per questo meno vivo, allora. Non sentivo nessun dolore, nessun rimpianto per ci che stavo abbandonando; l'idea che per tanto tempo, forse per sempre, non avrei pi rivisto i miei amici, i miei compagni, i luoghi e gli orizzonti familiari ai miei occhi fin dalla nascita, mi lasciava sostanzialmente indifferente, o forse passava in secondo ordine rispetto all'intensa eccitazione della partenza, che pure mi spaventava, ma non per questo mi attirava meno. Andare per il mondo, quello era il mio destino. Altrimenti perch Dio mi avrebbe tolto ogni affetto familiare, sterminando la mia parentela, e ogni speranza di gioia domestica, castigando sul nascere il mio desiderio cos umano di costruirmi un mondo di affetti terreni?

Il giorno della partenza, quelli che restavano erano pi commossi e turbati di me che partivo per una destinazione si pu ben dire ignota. Non sapevo, quel giorno, guardando per l'ultima volta con affetto, ma senza malinconia il volto sereno e saggio del mio maestro ed amico Raimond, appena segnato dalle prime rughe della maturit, non sapevo che non l'avrei mai pi rivisto su questa terra, cos come, per singolare destino, pur avendo io viaggiato molto pi della maggior parte degli uomini della mia generazione, non avrei mai pi rivisto  i monti d'Auvergne, il torrente dei miei giochi infantili, le capanne del villaggio, le mura e il tozzo campanile del convento di Saint-Geraud dove avevo trascorso dodici anni della mia giovinezza.

La strada era lunga, la meta era lontana, e bisognava andare.

 

3. La strada era lunga, e le contrade ogni giorno pi sconosciute e diverse. I dialetti d'Aquitania si somigliavano un po' tutti, ma quando le giornate di viaggio cominciarono ad accumularsi dietro le spalle, anche la fatica di capire ci che la gente diceva crebbe per Gerbert, dapprima in modo impercettibile, fino a diventare infine un vero ostacolo alla comunicazione. Ma le antiche vie polverose erano battute da ogni sorta di uomini, e tra questi anche tanti che sembravano conoscere tutte le lingue dell'universo. Pellegrini sul cammino di Santiago e mercanti ignari di ogni frontiera si accompagnavano per tratti brevi o lunghi al corteo del conte Borrell, sperando protezione e offrendo in cambio la compagnia, lo svago, modesti servizi e il racconto delle proprie avventure.

Passato il vallo d'Aquitania, si procedeva lentamente verso Narbona, verso il mare ancora lontano  di cui Gerbert aveva nella mente un'immagine mitica, che nessuna descrizione dei compagni di viaggio contribuiva a rendere pi definita. Poi un giorno, superato un dosso, gli apparve in lontananza come una striscia argentea, lunga quasi quanto l'orizzonte, luccicante dei tremuli riflessi del sole mattutino. Avrebbe voluto mettersi a correre, o inginocchiarsi a pregare, nemmeno lui lo sapeva bene. Ma l'emozione del momento fu bruscamente interrotta da grida gioiose che provenivano dalla testa della carovana. Si affrett per scoprire cosa stesse accadendo, e arriv appena in tempo per vedere il conte che balzava dal cavallo e si avviava a braccia aperte verso un personaggio dall'aria tutt'altro che imponente, il quale a sua volta si  avvicinava a passi veloci lasciandosi alle spalle un piccolo gruppo in sosta intorno a un carro di mercanti. Era un ometto basso, di carnagione scura, e abbigliato in modo che a Gerbert parve bizzarro, ma che presto si sarebbe abituato a riconoscere come tipico delle popolazioni arabe di Spagna.

- Ibrahim, vecchio imbroglione, che ci fai in giro per queste strade? - voci allegramente Borrell, mentre abbracciava platealmente il viandante, che non si sottrasse all'abbraccio ma se ne ristette umile e come intimidito a fronte dell'estroversa manifestazione d'amicizia da parte del potente feudatario.

- Ai tuoi servizi, mio Sire, pronto come sempre ad esaudire ogni tuo desiderio.-

- Ignobile ciarlatano, pronto come sempre a truffare e a spillare quattrini, vorrai dire! - replic Borrell, con un tono gioviale che smentiva tuttavia la durezza delle parole pronunciate: - Ma non mi avevano detto che eri finito in capo al mondo e non ne saresti pi tornato? -

- Mi fa troppo onore pensare che qualche notizia della mia umile persona sia giunta fino al tuo augusto orecchio. Comunque vero, s, che quattro anni fa ho intrapreso un viaggio per terre lontane, attraverso i regni dei Franchi e dei Germani fino al paese degli Slavi, e ho visto anche il loro castello che chiamano Praga, ma per grazia di Colui che non pu essere nominato invano sono riuscito a riportare le mie vecchie ossa a scaldarsi al sole di Andalus. -

Borrell si gir verso la comitiva che nel frattempo l'aveva raggiunto e, diretto alla moglie, con enfasi esclam:

- Mia cara sposa, lascia che ti faccia conoscere Ibrahim ibnYakub, giudeo e mercante (o si pu forse essere l'una cosa senza l'altra?), grande viaggiatore e grande frequentatore di... ehm, grande conoscitore delle cose del mondo, dall'una parte e dall'altra della frontiera che ci divide e ci unisce ai nostri fratelli di Andalus! -

La contessa Ledgarda non parve particolarmente commossa o entusiasta per il fortuito incontro. Quanto alla successiva conversazione poi, il ruolo di lei fu soprattutto quello di alzar gli occhi al cielo o di chinarli pudicamente a terra ogniqualvolta il conte superasse la soglia della decenza.

Quasi nessuno dei presenti riusciva a capire quale bizzarro sodalizio legasse o avesse legato il sovrano della Marca Spagnola a quel personaggio nei cui occhi, a guardarli attentamente, si vedeva certo vibrare la luce di una vivace intelligenza, ma la cui religione e classe sociale avrebbero imposto una distanza ben maggiore di quella che il conte gli permetteva.

N minore fu la sorpresa di Gerbert, che gi durava parecchia fatica nel cercar di seguire le conversazioni in dialetto catalano, quando dopo una mezz'ora di marcia guidata apparentemente da Ibrahim il gruppo si ferm davanti a un castelletto seminascosto in mezzo a un vasto vigneto.

Il castelletto, poco pi di una casa fortificata, doveva essere l'abitazione di un piccolo proprietario di terre del posto, probabilmente il possessore delle vigne, ma con sommo stupore Gerbert riconobbe nella decorazionre e negli arredi dell'edificio i chiari segni dell'appartenenza degli abitanti alla religione ebraica. Dopo che si furono consumati i convenevoli e si furono assaggiati gli ottimi vini del padrone di casa, Gerbert riusc ad appartarsi con un compagno di viaggio e a farsi dare qualche sommaria spiegazione. Cos apprese la stupefacente vicenda degli Ebrei di Narbona, eccellenti viticoltori, che da quasi due secoli vivevano in pace su quelle terre, esercitando la loro arte, uomini tra gli uomini, senza che la loro religione costituisse un ostacolo alla convivenza. Si favoleggiava addirittura (ma pochi ci credevano veramente) che nel lontano passato una principessa di stirpe carolingia avesse sposato uno dei pi autorevoli membri della comunit.

 

4. Vera o falsa che fosse quella storia, ci che vedevo con i miei occhi si adattava assai male ai pregiudizi che mi erano stati instillati per tanti anni, e non soltanto dai frati. Forse gi quello stesso giorno mi sorpresi a pensare per la prima volta che per quanto importante possa essere, agli occhi di Dio, la religione che un uomo sceglie di professare, sarebbe meglio per noi uomini, cui non concesso il potere divino di giudicare il cuore dei nostri fratelli, arrestarsi alle azioni, al bene e al male che esse comportano, lasciando che i pensieri di ciascuno vengano valutati da Colui che, solo, pu veramente conoscerli.

Ho visto guerrieri cristiani aprire profonde ferite nel corpo dei propri fratelli di fede, e medici ebrei affannarsi a medicare quelle piaghe; ho visto mercanti ebrei derubare i propri correligionari pi miserabili, e Khad arabi risarcire di propria tasca i derubati per il  danno subto; ho visto prncipi Mori minacciare di sterminio i propri parenti pi stretti, e santi eremiti cristiani levarsi in mezzo a loro, a rischio della propria vita, per far cessare il massacro.

Ho visto la Fede senza la Carit e la Carit senza la Fede. Dio mi perdoni se sbaglio, ma preferisco la Carit.

 

5. Nei pochi giorni di cammino che li separavano da Barcellona, la capitale della Marca di Catalogna, ultimo avamposto della Cristianit e del regno dei Franchi Occidentali di fronte allo strerminato dominio dell'Islam, Gerbert ebbe pi di un'occasione di conversare con Ibrahim, che parlava con lui in una lingua franca facilmente comprensibile. Cos il giovane frate apprese, oltre ad alcune delle innumerevoli avventure del viaggiatore, anche qualche fatto nuovo sulle regioni che stava attraversando. In particolare ebbe finalmente un'ottima ragione per le continue precauzioni militari della comitiva, a partire dalla costante e nutrita vigilanza notturna, che inizialmente gli era parsa esagerata, tenendo conto che la frontiera di Andalus era ancora assai lontana, e almeno per il momento pacifica. Ma il problema vero, pi che non i briganti di strada, risiedeva ora nei pirati di Freinet, una banda saracena stanziata da ormai quasi un secolo sulla costa provenzale, dedita alle scorrerie, ai saccheggi e ai rapimenti di donne e fanciulli anche a centinaia di miglia di distanza dalla propria base, e cos forte e ben protetta dalle difese naturali del proprio insediamento da aver respinto finora tutti gli assedi e i tentativi fatti dai sovrani di Borgogna di catturarli o ricacciarli in mare. Quel mare dal colore e dal calore cos straordinario, che ormai li accompagnava costantemente nel loro viaggio, alla mano sinistra, illimitato e pacifico, poteva portare in ogni momento, scaturita dal nulla come una tempesta improvvisa, la furia devastatrice dei predoni che nessuno riusciva a stanare da quel nido d'avvoltoi.

Un pomeriggio in effetti le vedette scorsero tre vele triangolari filare veloci, al largo, in favore di vento, parallele alla costa. Tutti, al tempestivo ordine del conte, abbandonarono velocemente la strada litoranea, e si accamparono in una posizione rialzata, pi facilmente difendibile: i guerrieri e gli uomini abili in prima fila, gi pronti al combattimento, e tutti gli altri nelle retrovie, a tremare e a pregare. Ma le feluche passarono rapide, senza abbandonare la rotta, dirette verso chiss quale altra lontana e imperscrutabile meta.

 

6. Presto furono a Barcellona, e di l a Vich, la citt del vescovo Attone. A lui, famoso per le sue profonde conoscenze matematiche, fu affidato Gerbert, perch completasse la propria cultura con lo studio della geometria, dell'aritmetica, dell'astronomia e della musica. E Attone fu un buon maestro, ma ancora miglior maestra fu la vicina biblioteca di Ripoll, dove accanto ai florilegi di computo pasquale, di aritmetica e di geometria tratti da Beda e da Boezio, Gerbert pot finalmente trovare, tra i libri e i rotoli manoscritti, le traduzioni dei trattati di astronomia arabi cui da anni aspettava di attingere come all'unica sorgente che avrebbe potuto placare la sua sete.

L'anziano abate Arnulfo, da vent'anni alla guida di Ripoll e della sua biblioteca, era fierissimo delle sue collezioni, ma ancor pi orgoglioso per gli illustri ospiti che la presenza di tanti e tanto rari manoscritti attirava nel suo convento come mosche al miele.  Non era raro incontrare nelle piccole stanze, seduto a un tavolo a scribacchiare come uno studente qualunque, anche il pi grande maestro di retorica che la Marca avesse a quel tempo, il vescovo di Gerona. Mir Bonfill era una personalit davvero singolare: di nobilissima stirpe, cugino di Borrell, era per virt ereditaria anche conte di Besal, e ripartiva il suo tempo tra la composizione di elucubrate omelie di stile "greco", come egli stesso amava definirle, a certi suoi oscuri traffici diplomatici per favorire la carriera ecclesiastica e politica dei nipoti

Ma tra tutti il personaggio pi affascinante per Gerbert era l'arcidiacono Llobet, che conosceva la lingua araba e, come il giovane monaco, aveva un'autentica passione per l'astronomia. Alcune delle traduzioni dei libri di Maslama erano opera sua, ma in quel tempo stava lavorando con impegno a volgere in lingua latina un documento davvero singolare: si trattava della descrizione di uno strumento che avrebbe dovuto servire, come e meglio di una mappa, per ritrovare la posizione delle stelle nella volta celeste.

 

7. Quando Llobet di Barcellona mi parl per la prima volta dell'astrolabio, in quella bella e fluente lingua catalana che rendeva poetiche anche le pi fredde descrizioni tecniche, fu come se al tempo stesso mi apparissero davanti agli occhi la rivelazione di un mistero e la realizzazione di un sogno.

Era il mio sogno adolescenziale di uno strumento capace di misurare il cielo, e al tempo stesso era anche la carta celeste che avrei voluto, ma non saputo, disegnare. E ora scoprivo che quello strumento si poteva costruire veramente, anzi, nella terra di Andalus esistevano gi per certo astrolabi perfettamente funzionanti!  A che aspettare, dunque? Ero gi pronto in cuor mio a ripartire, e questa volta per un'avventura ben pi ardita e pericolosa del mio piccolo viaggio da un convento all'altro del regno dei Franchi, materialmente protetto dalla forte milizia di un conte e spiritualmente tutelato dall'onnipresente vigilanza dei monaci dell'Ordine di san Benedetto.

Non sapevo ancora come avrei realizzato il mio desiderio, ma sapevo che, se il Cielo me lo avesse permesso, i miei piedi avrebbero presto calpestato la polvere delle strade della Spagna meridionale, e un giovane monaco benedettino sarebbe entrato, forse di soppiatto, nel tempio della sapienza degli Infedeli: la Scuola di Cordova, la capitale del Califfato islamico di Andalus.

 

8. Ma nessuna via retta, e la mia strada per Cordova passava per Santiago.

 

                                                L'alba part humet mar

                                                altra sol, poy pasa

                                                bigil, mira clar tenebras